Diocesi di Concordia - Pordenonelogo
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Parrocchia SUMMAGA-Santa Maria Maggiore

Indirizzo: Via Richiero, 7 - SUMMAGA, 30026 PORTOGRUARO (VE)
Note:
Prima di tutto: Summaga o Sumaga, cioè summa aqua o sub aqua? Nei vecchi documenti troviamo l'una e la altra dizione, che peraltro, a nostro avviso, si equivalgono. Né vale la pena, come fa lo Zambaldi, invocare il vasto allagamento che si ebbe nel 586 in Italia e in diocesi, e neppure pensare a un sommo corso d'acqua che avrebbe attraversato questa zona. Basterà ricordare la condizione di queste terre nei secoli andati, quando in queste contrade le acque stagnavano e si estendeva triste e malsana la palude. Portogruaro finiva dov'è anche oggi il sacello dal nome eloquente: Madonna dei Palù, presso cui amava sostare il servo di Dio Giuseppe Dal Vago: più oltre c'era un susseguirsi di acquitrini, di fossi con acque morte, di fiumiiciattoli indisciplinati; qualcuno afferma che anche il corso minore del Tagliamento, abbandonata Bagnara dove si confondeva col Lemene, talvolta seguisse pazzamente la sua strada e corresse fino a Summaga, dove confondeva le sue acque con quelle del Reghena. Anche i pii monaci dell'abbazia a un certo momento (1446) non ne possono più e inoltrano una istanza a papa Eugenio IV per esser autorizzati ad abbandonare il luogo: eppure il loro Ordine si era reso benemerito anche per le opere di bonifica che aveva saputo realizzare. Da altra fonte apprendiamo che i monaci rimasero a Summaga fino al 1431, anno in cui l'abbazia venne data in commenda al vescovo Antoniio Panciera; il Belli afferma che l'abbandono avvenne nel 1440, essendo abate Girolamo da Firenze, « a causa dell'atmosfera pestilenziale ». Chi vede oggi Summaga la trova ridente e circondata da campagne feconde, ma questo «panorama» nuovo non conta che pochi decenni. L'istanza del 1446 non era dunque se non la sanzione d'un fatto già avvenuto? Quando sia stata fondata l'abbazia di S. Maria di Summaga non sappiamo. Tra le varie opinioni ha prevalso per parecchio tempo quella del Liruti, che ne fa risalire la fondazione al tempo di Carlo Magno, per la ragione che nel 1211 il vescovo di Concordia Voldarico assegnò la pieve di Quinto (Cinto) al monastero « undique vetustate consumptum »: se era fatiscente e logoro per gli anni nel 1211, quel monastero doveva contare già qualche secolo e risalire probabilmente all'epoca carolingia, quando si ebbe una larga fioritura di comunità benedettine in Italia. Secondo lo Zovatto invece (e anche secondo altri studiosi) «la sua data di nascita è da porre nel sec. X o agli inizi del XI»: certamente un abate, Gaudenzio, presiedeva nel 1092 alla comunità benedettina summaquense. E' l'opinione, in sostanza, del Palladio. ll Belli non avanza un'opinione propria, pur propendendo per quella del Liruti non condivisa dal Degani. Se non conosciamo «l'atto di nascita», con relativa data, dell'abbazia, conosciamo chi di essa fu il fondatore: un vescovo di Concordia predecessore del sunnominato Voldarico, il quale ultimo nel decreto di annessione di Cinto alla abbazia scriveva: «Cum perspicuum sit et inter omnes constet eamdem venerabilem-Domum a suo fundationis principio beneficio Concordiensis Ecclesiae esse creatam et de mensa Dominicali tam in spirituali'bus quam in temporalibus esse refertam, et tamquam unica filia in eodem Episcopatu prelatianis prerogativa gaudere». La paternità vescovile nei confronti di questo centro di preghiera e di lavoro si dimostrò anche onorando in vario modo l'abate, affidando a lui incarichi di fiducia e assegnando all'abbazia, oltre a quella di Cinto, le contermini parrocchie di S. Nicolò di Portogruaro, Pradipozzo, Lison e le più lontane di S. Leonardo Valcellina e S.Martino di Campagna, i cui titolari - curati o vicari - spettava all'abate di nominare. Tuttavia la liberalità del vescovo concordiese non poteva competere con quella del potente e ricchissimo patriarca d'Aquileia, sotto la cui protezione, non di raro scomoda, aveva cercato rifugio l'abbazia di Sesto, che ritardò assai più a lungo il proprio decadimento - almeno quello edilizio - grazie anche alle molto più cospicue rendite di cui godeva (per poco che rendessero, cinquanta e più ville ad essa soggette dovevano rappresentare un apporto considerevole al proprio bilancio: Summaga non aveva sotto di sè che cinque poveri villaggi). Nulla conosciamo, purtroppo, dell'attività svolta dai monaci. Li possiamo immaginare, lungo il giorno, intenti a miniare messali e antifonari, copiare i libri sacri o le opere di Tito Livio, attendere a scavare canali e ad innalzare argini per ordinare il flusso delle acque, sovrintendere coi loro contadini agli animali, partecipare ai lavori di semina e di raccolta delle messi, come ci viene tramandato dalla storia, e forse anche dalla leggenda, dell'Ordine benedettino, come ci piace rivedere con gli occhi della mente questi monaci interrompere nella notte il loro sonno per raccogliersi in coro a cantare o recitare il mattutino: Consors Paterni luminis, Lux ipse lucts, et dies, Noctem canendo rumpimus: Assiste postulailtibus... Ci piace sognare le loro liturgie lente e solenni... Forse non è solo immaginazione o sogno: ma non è storia. La storia ci ricorda salo la generosa donazione del vescovo Romolo alla abbazia, le giurisdizioni e i privilegi da questa ottenuti, gli accordi stipulati (nessuno di rilevante importanza), e un'accusa mossa ai monaci - non sappiamo di quale reato - per cui il vescovo Artico di Castello si reca in monastero per farvi un'inquisizione e fortunatamente «constatando l'innocenza di quella religiosa famiglia» (Bianchi). Ci parla ancora delle guerre tra i vari signorotti, del saccheggio e delle devastazioni subiti nel 1409 da Summaga ad opera degli uomini di Nicolò Panciera e di cittadini -di Portogruaro, i quali rasero al suolo anche il castello costruito dai monaci presso la loro chiesa, sul luogo - si presume - in cui venne poi costruita la casa canonica. Anche per queste cause troviamo spesso il monastero e la chiesa in rovina, per i quali il vescovo bussa a quattrini presso i signori. Lo Zambaldi accenna alla visita di Marquardo, patriarca di Aquileia (1371), il quale «alloggia nel palazzo dell'Abbazia di Summaga - che era presso alla torre di S. Nicolò (di Portogruaro) -ora demolito». Ne resta però il ricordo nel ponte e nella via di questo nome. Gli abati residenziali, dei quali ci fu tramandato il nome, furono sedici, o forse quindici, poichè sembra che l'abate Gualtiero non sia altro che Adelmario, dei quale si ricorda che fu presente alla investitura, data dal patriarca Bertoldo a Guecello di Prata (1220) e ad altri atti. Nessuno di questi abati emerse per qualche titolo di santità, di dottrina, di operosità, nessuno, come si dice, fece carriera: nessun vescovo fu espresso dalle nostre abbazie di Sesto e di Summaga. Neppure sappiamo con esattezza - come abbiamo visto - quando i benedettini abbiano lasciato l'abbazia; forse se ne sono andati alla spicciolata, forse il monastero finì per consunzione. Ma ancora residenti in essa i monaci la abbazia fu data in commenda. Troviamo infatti che alla morte dell'abate commendatario Antonio Panciera, patriarca e cardinale, venne eletto abate Geronimo da Firenze, professo dei monastero di S. Cipriano di Murano, che risiedette in permanenza nel monastero. Dopo il Panciera seguirono altri chierici, prelati, vescovi, cardinali, i quali percepivano le rendite della abbazia, ma dovevano provvedere al mantenimento del vicario e al decoro della chiesa, al quale impegno ben pochi commendatari fecero onore. Nel 1584 il visitatore apostolico De Nores, nella sua ispezione del 19 novembre, trovò che l'abbazia aveva un reddito di 3000 ducati, ma che gli edifici della medesima minacciavano rovina. Intimò allora all'abate commendatario, che era Alessandro Rois (o Ruyz, prestanome di Giovanni Battista di Bibiena), chierico veneto e futuro comandante delle galere venete nella guerra del 1538 contro i turchi, di provvedere alle debite riparazioni, pena il sequestro dei frutti. Veneti furono in gran parte i prelati ai quali venne mano mano concesso il godimento dell'abbazia, ad eccezione del famoso cardinale Bessarione - che era greco di nascita (1402), ma divenuto in seguito anch'egli patrizio veneto (1461) e che godeva di un' altra abbondante mezza dozzina di commende - e di pochi altri, e nessuno che fosse un vero mecenate, fuorché il cardinale Carlo Rezzonico ('1714-1758), vescovo di Padova e futuro papa Clemente XIII, che fece restaurare la chiesa, sia pure alla moda del tempo, cioè trasformandola da romanica in neoclassica. A memoria di tale evento fu collocata sopra la porta maggiore la seguente scritta: «Templum/Carolo Rezzonico/Diacono Cardinali/reparatum/anno salutis MDCCXL»; di lui e del nipote, omonimo e successore, nonché ultimo abate commendatario di Summaga, si conservano due ottimi ritratti ad olio. Conviene ricordare che l'abate non era anche parroco di Summaga; a tale officio egli designava uno dei suoi monaci, il che non gli era sempre facile giacchè i monaci stessi erano per gran parte laici: religiosi sì, ma non insigniti dell'ordine sacerdotale. A differenza invece di Sesto, dove per il popolo esisteva un'apposita chiesa fuori la cinta murata del monastero, a Summaga i fedeli convenivano nella chiesa abbaziale, giacchè non si ha memoria di altra chiesa in luogo, all'infuori dell'oratorio della Visitazione, costruito nel 1603. II sacerdote che attendeva alla cura delle anime e che era detto « vicario », quando l'abbazia venne assegnata in commenda percepiva dal commendatario la somma di dieci ducati d'oro, successivamente dimezzata, ma in seguito a ricorso ristabilita nella somma precedente. L'istituzione del vicariato avvenne con bolla 15 luglio 1585 di papa Sisto V, che concedeva al vescovo di Concordia la nomina del vicario e rendeva questi inamovibile, a differenza di quanto precedentemente avveniva, quando il commendatario nominava e licenziava a suo piacimento. Con l'avvento delle truppe francesi nel 1797 tutto andò all'aria: «il vicario perdette la sicurezza della sua Congrua e la Chiesa quella del suo mantenimento» (Belli). Frattanto del complesso edilizio abbaziale nulla o quasi nulla più rimaneva, all'infuori della chiesa e anche questa in malandate condizioni. Dei benedettini non era rimasto che il ricordo: nulla delle loro costruzioni, della biblioteca che pur doveva esserci, del loro archivio. Col 1790 (morte dei card. Rezzonico nipote), si ebbe il primo parroco, che fu don Francesco Cattaruzza da Sedrano - nominato dal vescovo Alvise Maria Gabrieli ' il quale ha avuto sino ad oggi nove successori. I registri canonici parrocchiali figurano con l'anno 1673. Nel 1925, quel modesto e buon parroco che fu don Pietro Marson, fece compiere degli assaggi sull'intonaco del presbiterio e si venne così alla scoperta di importanti affreschi, che vanno probabilmente collocati nel sec. XII o agli inizi del XIII. II ciclo di affreschi dell'abside mediana, riferibile al primo ventennio del sec. XIII, comprende tre zone: in alto la Vergine col Bambino, entro mandorla, fra gli angeli con le aureole rilevate, ed i simboli degli Evangelisti, S. Giovanni Battista e S. Benedetto; nel centro Cristo fra gli Apostoli; infine le vergini stolte e le vergini sagge, le quali si accostano a Cristo in processione ieratica; al centro dei fregio a girali risaltano l'Agnus Dei e alcune parole dell'Ave Maria. Nell'abside sinistra è affiorato un affresco con scena cristologica, che nel tono, nei tratti figurativi e nei motivi ornamentali rivela il gusto della grande pittura absidale, alla quale si ricollega anche la figura di S. Margherita in un pilastro della navata. Altri affreschi sulla parete settentrionale della chiesa sono affini ad espressioni rinascimentali di ascendenza tolmezzina e di Pietro da S. Vito (fine '400 e prima metà del '500); l'affresco sul pilastro con la immagine della Vergine, datato 1540, risente della maniera dell'Amalteo. Altri affreschi nell'abside di destra, riferibili al sec. XI, riproducono scene cavalleresche, lotte contro grifoni, una danzatrice, un falconiere; accanto sono raffigurate scene di vita familiare e simboli delle virtù e dei vizi. La chiesa di Summaga ha avuto in Paolo Lino Zovatto un fervido e autorevole illustratore e nei suoi parroci dei tenaci sostenitori e promotori di restauri, in ciò favoriti dagli interventi della Soprintendenza ai Monumenti di Venezia. Ultimo importante lavoro eseguito è stato quello del ripristino dei pilastri eliminati nei restauri promossi da papa Rezzonico e che hanno restituito al sacro edificio la sua primitiva unità di spazio e ritmo alla basilica del sec. XIII, che in parte occupò il posto della precedente assai meno vasta. Restano da sistemare le due absidi laterali e da rinnovare la mensa eucaristica. L'oratorio della Visitazione o di S. Elisabetta fu completato «adì XVIII lugio MDCIII et ciò per votto dei Comun per la mortalità dellj animali, et furono fatti procuratori di tal oppera il sig. Andronico Giro Capitanio di Summaga et M.re Zuan Batta Giro de Mior, et fu sotto la podesteria de M.re Zani Batta Giro fratello del sopra d.to sig.r Capitanio, Josef Moratus de Santo Vitto, Pittor, manu propria...»: così si legge in un documento d'archivio. Il Moretto (1540/ca - 1628) nacque a Portogruaro e lavorò specialmente a San Vito. Pare siano suoi i dipinti che adornano il santuario della Madonna a Cordovado.
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