Diocesi di Concordia - Pordenonelogo
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Parrocchia VALVASONE-Santissimo Corpo di Cristo

Indirizzo: Piazza Libertà, 8 - 33098 VALVASONE (PN)
Note:
Scrive il Degani: «Fino dal 1218 si ha un primo ricordo (del castello di Valvasone). Il castello già esisteva, investito ad un Ulvingo di Valvasone». «L'attuale castello fu fondato o ricostruito tra il 1252 e il 1292». Scrive poi il Degani che «un successore (di Ulvingo) di nome Corrado... ne subì la confisca nell'anno 1268, il feudo passò in possesso per giusta metà fra i signori di Spilimbergo e di Sbroiavacca»; e il Muzzatti annota: «No: a Walterpertoldo II di Spilimbergo» e rimanda a uno studio apparso su «Biblioteca storica friulana». Ancora il Degani: «Avvenuta poco dopo una lotta fra i Spilimbergo e i signori di Cuccagna, questi nel 1294 espugnarono Valvasone e nella pace indi seguita l'ebbero in feudo colla giurisdizione dal patriarca Raimondo della Torre ed ancora lo tengono avendone anche assunto il cognome». E il Luchini: «Nel 1363, durante la guerra del Duca Rodolfo IV contro il Patriarca, il castello fu incendiato come pure parte del borgo di Valvasone». Le date, e le circostanze, come si vede, non concordano. C'è pure una discordanza tra il Degani e il Muzzatti circa i titoli della chiesa: il primo afferma che questa fu dedicata alla B.V. Maria e a S. Giovanni Evangelista, il secondo, al posto dell'Evangelista, mette il Battista; certamente l'aggiunta B.V. delle Grazie deve essere considerata posteriore. Circa l'ospizio «sub invocatione Ss. Petri et Pauli» il Degani, rifacendosi al Nicoletti, afferma che esso fu fondato il 24 aprile 1464, e altrettanto dice il Luchini; il Muzzatti, sia pure con un interrogativo, lo fa risalire addirittura al secolo X, e ne avrebbero curato la erezione i fratelli Simeone, Giovanni e Volvino di Cuccagna, signori di Valvasone, ma anche questa «precisazione» è tolta dal volume del Nicoletti, il quale lo compilò nel 1765 e non si preoccupò sempre di documentarsi. La primitiva chiesa di Valvasone fu costruita nel 1330: questo lo afferma il Nicoletti; in realtà la chiesa in quell'anno fu solo restaurata, per accogliere e custodire la Sacra Tovaglia, o Corporale, dopo il miracolo avvenuto a Gruaro nel 1294. La veneranda reliquia non fu sollecitamente trasferita a Valvasone per la fiera opposizione dei gruaresi, i quali erano ricorsi ai tribunali romani per difendere i propri diritti, ma ebbero la peggio: la decisione dei «Tribunali apostolici di Roma fu a favore dei Co. di Valvasone... a condizione però che fabbricar eglino dovessero un sacro tempio in onore del SS. Corpo di Cristo per ivi collocarlo, onde maggior culto e venerazione riscuotesse». Roma locuta, causa finita. Solo il 31 marzo 1299, tra l'abate di Sesto e i signori di Valvasone venne stipulata una permuta, in virtù della quale questi cedevano a Sesto il castello di Gruaro e ne ricevevano in cambio le ville di Orcenico Inferiore e di S. Lorenzo d'Arzene, «entrambe le parti cedendosi vicendevolmente ogni diritto che rispettivamente sopra i luoghi permutati appartenevale, e siccome era di juspadronale dei sigg. di Valvasone la v.da chiesa parrocchiale di S. Giusto di Gruaro di quella villa, questa pure col castello e castellier di Gruaro passò nella rev.ma abbazia». II fatto che cinque anni innanzi i Valvasone comandassero di Gruaro costituì il peso che fece traboccare la bilancia a loro favore, con gran dispetto degli abitanti di Gruaro, che ad ogni ritorno della festa del Corpus Domini ripeterono, anche in forme clamorose, la loro protesta, tanto più che dal 1299 essi avevano cessato di far parte della signoria dei Valvasone e la Sacra Tovaglia era stata custodita nella loro chiesa e ciò per 36 anni, non obbedendo essi neppure all'ordine del vescovo Giacomo d'Ottonello d'Ungrispach che voleva fosse trasportata nella cattedrale di Concordia. Nel 1330 la vecchia parrocchiale di Valvasone fu restaurata e abbellita, non ampliata, perchè non ce n'era bisogno, giacchè misurava la stessa superficie di quella a cui fu posto mano dopo parecchio tempo (1449) e che sarebbe stata consacrata il 16 agosto 1500, cioè l'attuale duomo. L'erezione della parrocchia coincise, pressapoco, con la data della consacrazione del duomo stesso, la si ebbe cioè con decreto del vescovo fra Pietro da Clausel il 17 luglio 1355: con esso si smembrava da S. Giorgio della Richinvelda e si annettevano alla nuova parrocchia del SS. Corpo di Cristo di Valvasone anche le ville di Arzene e di S. Martino al Tagliamento. I signori di Valvasone si riservarono il giuspatronato per la elezione del parroco, giuspatronato che estesero ad Arzene e a S. Martino quando anche esse acquistarono l'autonomia nel 1359. Mentre nel nuovo duomo veniva formandosi, come nelle maggiori chiese della diocesi, una comunità, o meglio, collegiata di sacerdoti con l'obbligo del coro, ad officiare il duomo vecchio, che assunse il titolo di chiesa della B.V. delle Grazie, furono chiamati i Servi di Maria, che tanta buona rinomanza si erano acquistati in Friuli e specialmente in Udine, dove era stata loro affidata la chiesa, ora basilica, della Madonna delle Grazie: il generale dell'Ordine, padre Gaudioso da Bergamo, si impegnava a mandare a Valvasone tre o quattro sacerdoti perchè sempre attendessero al servizio della chiesa e i nobili consorti assicuravano ai religiosi il sostentamento. Si iniziò il 18 maggio 1485 la costruzione del monastero; la prima pietra fu collocata dal decano dei Capitolo aquileiese Doimo di Valvasone, assistito da fra Bartolomeo de Ottolina, futuro primo priore della comunità, e dal parroco di Valvasone. La costruzione durò dieci anni. Anche la chiesa fu rinnovata e dotata di un altare nuovo, dedicato alla Madonna delle Grazie, consacrato dal vescovo di Concordia Lionello Chierigato il 16 agosto 1500, ossia nel giorno stesso in cui veniva consacrato il duomo nuovo, che si era voluto a soddisfazione dell'impegno preso con la S. Sede e anche perchè l'ex parrocchiale divenuta santuario mariano sorgeva fuori della cinta murata. «II monastero non fiorì, e il papa Alessandro VII considerandolo piccolo e scaduto nella disciplina, con bolla 29 aprile 1656 lo dichiarò soppresso. I beni furono messi all'asta pubblica per ordine del nunzio apostolico in Venezia, e il conte Cesare di Valvasone lo acquistò con atto 16 febbraio 1660 per ducati 2102» (Degani). Fu costruito un convento nuovo e andato vano il tentativo di avere a Valvasone i cappuccini, il conte Cesare si rivolse con miglior fortuna ai frati domenicani, che - ottenuto l'assenso del Maestro Generale padre Gio.Battista de Marinis - in numero di dodici presero possesso del convento il 5 novembre 1665, ricevuti festosamente dalla popolazione. Il padre Andrea Tron ne fu il primo priore, nominato il 1° maggio 1666. A ricordo di questi avvenimenti fu incisa un'epigrafe su lapide posta sul lato destro del coro; sul lato sinistro un'altra ricordava la contessa Lucrezia di Collalto, consorte del Conte Cesare, e fu disposta per ambedue la sepoltura, «ne tumba sejungat extintos, quos coniugalis amor annis XLII summe junxit in vita». Il conte Cesare morì il 2 aprile 1673. Agli inizi del sec. XVIII il locale di abitazione dei frati minacciava rovina, ma si provvide subito a riedificarlo e i religiosi andarono ad abitarlo nel 1751. Circa la soppressione del convento si hanno due versioni: il Degani afferma che essa avvenne «con la legge napoleonica del 1810»; lo Joppi in «Cronaca sacra» invece scrive che «il convento fu soppresso per decreto del Senato Veneto del 2 agosto 1770 ed il 9 settembre i Padri partirono». Durante l'occupazione napoleonica la chiesa delle Grazie venne adibita a magazzino e a caserma: questo avvenne un po' dappertutto in circostanze simili e non spiega l'abbandono in cui fu lasciato andare il santuario, che era stato meta di pellegrinaggi dei fedeli di qua e di là del Tagliamento, e soprattutto non spiega il malaugurato decreto, di spirito risorgimentale, cioè massonico, della sua demolizione nel 1866, con l'avvento delle truppe e delle autorità italiane in Friuli. Ora il convento è adibito a canonica e a sede delle opere parrocchiali. Una porzione del convento con l'ex cortile di proprietà Gallo, con atto notarile 1972, è stata donata alla chiesa. Il duomo dei SS. Corpo di Cristo è in stile gotico di transizione; è a una sola navata ed ha il tetto a travatura scoperta e dipinta ed ha cinque altari, stilisticamente non intonati all'architettura del tempio, essendo quasi tutti barocchi. Nel 1972, a ricordo dell'anno eucaristico (indetto per la celebrazione,in Udine del Congresso Eucaristico nazionale, cui intervenne lo stesso papa Paolo VI), fu provvisto a una definitiva e onorifica custodia della reliquia della S. Tovaglia, collocata, ben visibile e illuminata, in apposita piccola nicchia nel ciborio dell'altar maggiore. Monumento insigne di questo tempio è l'organo cinquecentesco, sia come strumento in sè (è l'unico organo del cinquecento veneziano esistente in Italia), sia per le opere d'arte che lo impreziosiscono. Esso si deve al più cercato degli organari del cinquecento, Vincenzo Colombo di Casale Monferrato, residente e operante in Venezia. La paternità dell'opera è confermata da una nota del 5 dicembre 1532 riguardante il contratto stipulato tra i committenti e «M.ro Vizenzo de Casalle Monfera... fabbricator d'organi», che per l'organo nudo richiede la somma di 300 ducati. Lo strumento è racchiuso entro un cassone di squisita fattura rinascimentale, suddiviso in cinque campate da eleganti colonnine intagliate con motivi floreali a Venezia e indorato nel 1538 da Tommaso da Udine. Va poi menzionato il parapetto, o «puziol», con i cinque riquadri, dipinti da Pomponio Amalteo, che vi ha raffigurato cinque episodi evangelici: le nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani, la guarigione degli infermi, la cena in casa di Simone con il gesto della Maddalena prostrata ai piedi di Gesù, e infine la cacciata dei mercanti dal tempio. Ma le opere pittoriche che maggiormente danno prestigio a questo che è stato giustamente chiamato «un monumento eretto dai valvasonesi all'Eucarestia», sono le portelle dell'organo, alle quali hanno lavorato dapprima il Pordenone e poi l'Amalteo: questi si sarebbe limitato a «finire et compiere» l'opera già portata avanti dal suo maestro e suocero. Nelle due tele che venivano aperte durante il suono dell'organo il nostro maggior pittore ha raffigurato Abramo che sta per compiere il sacrificio d'Isacco e il sommo sacerdote Melchisedech che offre il pane e il vino: «In entrambi dominano imponenti le colossali figure. Dietro i protagonisti sfonda in profondità il paesaggio, ciò che contribuisce ad ingigantire l'immagine isolandola e a dar respiro spaziale alle scene. Osservandole partitamente è facile rilevarne la differenza qualitativa» (Goi-Metz). Nelle due tele che chiudevano lo strumento quando questo taceva e che ora ne costituiscono una sola, collocata sulla parete di fronte, è raffigurata la raccolta della manna nel deserto. E' senz'altro pordenoniana la scena del sacrificio di Isacco; di impianto pordenoniano ma di esecuzione delI'Amalteo è il sacrificio di Melchisedech; parte dei Pordenone parte dell'Amalteo sarebbero le figure della Raccolta della manna. Organo e portelle sono stati oggetto di paziente e intelligente restauro: lo strumento, riportato alla sua esteriore bellezza e alla sua intima sonorità, è stato reinaugurato con due concerti che sono stati altrettanti avvenimenti culturali di vastissimo interesse nel settembre 1974. Della riscoperta e valorizzazione di questo nobile strumento sono stati impareggiabili fautori i due giovani studiosi latisanesi dell'arte organaria dott. Valerio Formentini e dott. Loris Stella. Il duomo non aveva una facciata vera e propria, per quanto non dispiacesse la semplicità delle sue linee: il portale non aveva ornamenti, ma solo una cornice arcuata; sulla sommità si apriva un rosone, che forse doveva essere completato; a destra e a sinistra, poco sopra la metà, si aprivano due monofore più piccole e anch'esse vuote. Negli anni 1889-1901 si realizzò la facciata gotico-romanica: vennero abbelliti e arricchiti portale e rosone; si trasformarono le monofore in due lunghi finestroni intramezzati da colonnine; nell'insieme si ottenne un'impostazione non corrispondente all'interno del tempio, mentre all'esterno figura a tre navate. Non si è avuta poi l'accortezza o la possibilità di usare materiale nobile, ma si è fatto largo uso di cemento. Nel 1894, ricorrendo il VI centenario del miracolo, il duomo veniva riconsacrato dal vescovo di Concordia Pietro Zamburlini. Tra le tele segnaliamo le pale di S. Croce (1605) di Anzolo da Portogruaro e quella di S. Caterina (1701) di Giulio Quaglio; notevole il paliotto dell'altare di S. Caterina. Una tavola su fondo oro della Madonna che allatta il Bambino, di linee bizantine, forse portata qui dall'oriente, è stata inserita nell'altare di S. Giacomo, sul lato sinistro del coro. Il campanile romanico, con copertura a coppi, è stato costruito alla fine del quattrocento. Il campanone che suonava «l'ora di notte» e costituiva richiamo e orientamento per pellegrini e viandanti, fuso nel 1533, fu salvato dalla depredazione dei tedeschi nel marzo 1918 grazie all'intervento della contessa Margherita Valvasone Schutz. Valvasone conta numerose chiese minori: S. Pietro, S. Maria Assunta a Casamatta, S. Maria di Sassonia, S. Gottardo alla Tabina e la Grotta di Lourdes (con la statua del pordenonese De Paoli) presso il ponte della Delizia. Non esiste più la chiesetta di S. Antonio abate. Di patricolare interesse è la chiesetta di S. Pietro, o dell'ospedale, per i suoi affreschi databili al primo lustro del Cinquecento, dipinti sulla parete di sinistra. Quattro coppie di santi fiancheggiano la Trinità, disposta sotto a un ampio loggiato, separate tra loro da agili colonne (a sinistra i santi Pantaleone e Biagio, Giovanni Battista e Lucia; a destra Caterina d'Alessandria e Apollonia, 'Gottardo e Antonio abate); un altro dipinto della stessa impostazione, ma avente al centro la Madonna in maestà col Bimbo sulle ginocchia e ai lati due sole coppie di santi separati dal trono della Vergine da due pilastrini scannellati (i santi sono: Sebastiano e Rocco, a sinistra; Leonardo e Giobbe, a destra) questa seconda pittura è datata 1511 e firmata «Pietro de Fadelo adepento». Si tratta di opere di Pietro da Vicenza, ricordato in documenti a San Vito nel 1492, morto a Mantova nel 1527: a lui si devono pure una pala nel duomo di Aviano e vari affreschi nella parrocchiale di Basedo, per fermarci alle chiese della nostra diocesi. Il Furlan colloca la pala dell'altar maggiore tra le opere incerte o vendute del nostro artista e sostituita con una opera mediocre quando si alienò quella originale. Nella chiesa vi sono tre altari: il maggiore ligneo, dipinto e dorato (1642), quello della Visitazione, pure ligneo, e quello del Rosario, in muratura, aggiunto nel XVIII secolo. La pievanale del SS. Corpo di Cristo è stata elevata ad arcipretale il 2 ottobre 1761 dal vescovo Alvise Maria Gabrieli. Oltre all'umanista e poeta Erasmo di Valvason (1523-1593), autore de «La caccia», «L'angeleidi», «I quattro canti dell'Ancillotto», ecc. ebbe i natali a Valvasone il ven. Giulio Cesare Alvise di Valvasone (1671 - L'Aquila 1725), oratoriano, celebrato per la sua carità e povertà; in concetto di santità è morta Vittoria Francesca di Valvasone, delle Clarisse di Udine (1668-1728). Trascorse parte della sua fanciullezza a Valvasone Giulio Cesare di Valvasone, domenicano, vescovo titolare di Sida, morto martire nel 1617; era nato a Venezia nel 1560.
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