Diocesi di Concordia - Pordenonelogo
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Parrocchia TRAVESIO-San Pietro Apostolo

Indirizzo: Via Riosecco, 54 - 33090 TRAVESIO (PN)
Note:
E' una delle più antiche, ed era una delle più vaste, pievi della diocesi, estendendosi il suo territorio dai Tramonti allo spilimberghese sino ai confini con San Giorgio della Richinvelda e comprendendovi la pieve di Lestans, che pure figura nella bolla di Urbano III, come si arguisce da vari documenti attestanti la sua sudditanza alla pieve di S. Pietro. La vastità e l'importanza della pieve sono sottolineate dalla nomina del pievano di S. Pietro ad arcidiacono, con mansioni molto vaste, quasi vescovili, per quanto riguardava la giurisdizione, nei riguardi di tutte le cure che costituiscono oggi la forania di Spilimbergo. Tale incarico - unico in diocesi affidato a un parroco (c'era poi, come s'è detto, l'arcidiacono del Capitolo) - fu attribuito però al solo pievano pre Filippo (1298) e non trasmesso ai successori. A quale epoca risalga l'istituzione di questa pieve non è dato di stabilire: c'è chi suppone che l'antica chiesa sia stata costruita sopra i resti di un tempietto pagano, ma la supposizione non è avvalorata da alcun documento o reperto archeologico. A proposito del luogo solitario su cui sorse la chiesa quattrocentesca, abbastanza distante dal centro del paese, il prof. Augusto Lizier, che è lo «storico» di Travesio, ricorda che non sempre le ragioni di comodità avevano presso i nostri antichi un peso decisivo nella erezione degli edifici sacri: un luogo solitario, ma dominante e reso più suggestivo dalla bellezza del sito pareva ispirare maggior venerazione, e l'altura su cui si erge l'arcipretale di Travesio, «da dove la vista spazia la ridente piana toppana e va fino al superbo spettacolo del monte Rossa (Rest?), o si spinge a mezzogiorno nella pianura che degrada verso il Tagliamento» era davvero tale da innalzare l'animo a contemplazione di stupende e grandiose bellezze. Nè va dimenticato che la chiesa doveva servire anche ai fedeli lontani delle cure dipendenti, i quali vi convenivano con i loro sacerdoti nelle maggiori solennità. Il primo documento che accenna alla pieve di Travesio - secondo il Degani - è una bolla di papa Alessandro III, datata da Anagni il 27 aprile 1174; a questa seguono la bolla di papa Urbano III al vescovo Gionata di Concordia (1187) ed una terza di papa Celestino III in data 9 febbraio 1196. La chiesa quattrocentesca venne successivamente abbellita: il Pilacorte scolpì quel magnifico ricamo che adorna l'urna battesimale, sorretta da tre putti agitanti il cembalo; l'elegante portale, datato 1484, ora collocato all'ingresso della sagristia, e le lesene dell'attuale porta laterale destra (quest'ultima però - secondo il Bergamini - sarebbe opera posteriore di lapicidi di Meduno). Il Pordenone, tra il 1517 e il 1533, eseguì gli stupendi affreschi dell'abside, dei quali risalta per maggiore vivezza di colori e per la composizione movimentata ed armonica quello che ritrae S. Paolo abbattuto dalla folgore e dalla grazia sulla via di Damasco; accanto a questo la scena di un confessore della fede che subisce il martirio; nella volta a spicchi trionfa Cristo Redentore tra una schiera di angeli e di santi. Purtroppo questi affreschi sono in gran parte deteriorati, al punto che alcuni di essi sono ormai irrecuperabili. Altra opera d'arte in questa chiesa è la pala della Madonna del Rosario, del Narvesa. La chiesa quattrocentesca dovette aver subito importanti modifiche e ampliamenti, se il vescovo di Concordia Giuseppe Maria Bressa ritenne di doverla riconsacrare il 17 novembre 1776. Si legge in una nota d'archivio: «Die 17 9bris 1775. Fuit consacrata Ecclesia Sancti Petri de Travesio die 17 9bris 1776 et Dominica 2.da lulii in perpetuum fiet officium et anniversarium, Bellinus Belgrado Archipr.», fu poi quasi del tutto riedificata, salvando coro e abside, nel 1843-1857; con questo rifacimento essa mutò volto: divenne neoclassica ed ebbe l'aggiunta delle navate alterali. Nel registro dei Battesimi, voi. XIII, pag. 385, si legge questo «pro memoria»: « Questo giorno 17 gennaio 1841 con decreto Vescovile di Carlo Fontanini in data lì (?) fu sospesa la Chiesa Arcipretale di S. Pietro di Travesio. Fu processionalmente trasportato il santissimo Sacramento nell'Oratorio di S. Antonio. La Chiesa fu dal Vescovo sospesa per essere resa inservibile al culto Divino; nonchè per evitare qualche tragico avvenimento essendo la facciata in pericolo di cadere». La pieve si vide man mano spogliata delle numerose filiali a cominciare dal periodo precedente alla bolla urbaniana; queste filiali sarebbero state tenute a delle contribuzioni verso la matrice, come ribadiva con suo decreto 10 settembre 1515 indirizzato dal vicario generale di Concordia ai parroci di Tauriano, Usago (?), Vacile, Sequals, Castelnovo (?) e Toppo, ma nè questo nè altri decreti ottennero l'effetto sperato; rileviamo che Usago non fu mai parrocchia e che Castelnovo lo divenne assai più tardi; non occorre dire che questi mancati adempimenti diedero luogo a liti lunghissime ed aspre. Rileviamo ancora a titolo di curiosità come nella serie dei pievani di Travesio figurino un pre' Niccolò da Isernia, un pre' Pietro da Calabria, un pre' Benvenuto di Sicilia: non ci risulta che sia stato studiato il fenomeno (che pensiamo non ricambiato dai nostri) di sacerdoti saliti dal sud a questo estremo nord dell'Italia. Il titolo di arciprete al pievano di Travesio fu attribuito nel 1870 dal vescovo Nicolò dei conti Frangipane. In parrocchia vi sono altre chiese: la già menzionata di S. Tomaso di Usago, in cui si conserva una preziosa tela dell'Amalteo; notevole ma non pilacortiano il portale in pietra; la porta laterale e l'acquasantiera databile - dice il Bergamini - tra il 1480 e il 1550 possono essere «opere di un qualunque maestro... lavori che non conferiscono certo merito alcuno a chi li ha eseguiti». Nei pressi della canonica sorge la chiesa sacramentale di S. Antonio in cui la pala ottocentesca raffigurante la Madonna del Carmine, di non rilevante valore, è racchiusa in una ricchissima cornice; la chiesa della B.V. del Cosa a Zancan, dedicata all'Immacolata, era considerata quasi comparrocchiale: in essa si celebravano tutte le feste della Madonna e inoltre l'ottava di Pasqua, il 26 luglio (S. Anna), il 26 febbraio (?) e il 30 novembre, festa di S. Andrea; in queste tre ultime ricorrenze la Messa doveva essere cantata dall'arciprete. Il portale è del Pilacorte che lo eseguì nel 1505, «con le solite testine nella strombatura degli stipiti e dell'architrave ed una Madonna a mezzo busto che allatta il Bambino nella lunetta. Sull'architrave stanno incise le parole: «GRATI MATRI MARIE» e nel cerchio che racchiude la lunetta: «V. VISITATE NATE ET ANNUNCIATE». Resta da spiegare la sigla «Nico P.L.» che non corrisponde al nome del lapicida spilimberghese. Altra chiesa dedicata a S. Giorgio e restaurata in memoria dei caduti sorge sul colle omonimo. Un oratorio assai recente (fu costruito nell'immediato secondo dopoguerra) è dedicato alla Vergine in frazione Molevana. Travesio fu possesso successivo dei signori di Castelnovo, feudatari del patriarca di Aquileia, i quali comprendevano nella loro giurisdizione le ville di Castelnovo, Travesio, Usago e Lestans; sul lato opposto - come abbiamo visto - imperavano i signori di Toppo. La contea di Castelnovo diventò in seguito dominio dei Savorgnan (1513), i quali, per concessione della Serenissima, esercitarono nel loro territorio i più ampi poteri, tra cui quello di amministrare la giustizia in prima e in seconda istanza, nel civile e nel criminale, fino alla pena di morte, non dimostrandosi principi leali e preoccupati del bene dei loro sudditi. Ai Savorgnan spettava anche il diritto di elezione del pievano e dei cappellani: tale diritto venne a cessare nel 1906. Ampliata per merito soprattutto dell'arciprete Giacomo Cescutti (18431860), la chiesa di S. Pietro, ecco che una folgore squarciava da capo a fondo il campanile nel 1882, per cui fu necessario costruirne uno nuovo, che si volle nelle bifore e nei fregi di stile gotico. Per l'inaugurazione, agli inizi di questo secolo, l'ex arciprete mons. GioBatta Cesca, divenuto canonico teologo del Capitolo di Concordia, sentì risvegliarsi l'antica vena poetica e lo cantò con versi svelti e fervidi, che non dispiaceranno a conclusione di questa paginetta di storia: «Qui, dove fertili vallee si stendono, qui, dove ridono poggi incantevoli, qui dove folgora l'italo genio ne i freschi di Licinio , vita del tempio, de i soli al bacio, sale e grandeggia la torre gotica, ne l'albe candida, rosea ne i vesperi, e ne le notti magica. Robusta ed agile, ne' campi aerei slancia le grazie de' suoi polilobi, come un segnacolo, come una gloria d'arte e di fede a i posteri». E dopo aver ricordato la vecchia torre colpita dal fulmine e i vent'anni intercorsi prima che sorgesse quella nuova («vent'anni corsero, vent'anni! e parvero mille a l'affranto popolo»), il teologo-poeta canta: «Or, se tumultua l'ira de i turbini, come una supplica la torre vigile sta: come il cantico de la vittoria alleluiando a i secoli».
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